L’obiettivo del presente lavoro è quello di analizzare il ruolo della riappropriazione creativa di merci, simboli, ed altre manifestazioni della cultura materiale dominante nel processo di costruzione dell’identità Emo (cfr. Anastasi, 2005; Bennett, 1999; Overell, 2010; Rickman e Solomon, 2007). Nata come movimento post-punk alla fine degli anni Ottanta, la subcultura Emo si caratterizza per un approccio do-it-yourself (DYT) alla produzione (Horton 2009), che si manifesta in una serie di pratiche, rituali, gestualità, linguaggi e forme estetiche dove diviene centrale quello che nella letteratura dei Cultural Studies (Hebdige, 1979) ricorre sotto l’etichetta di bricolage. Originariamente sviluppato da Claude Lèvi-Strauss (1966), il bricolage si riferisce alle modalità con cui i beni di consumo possono essere soggetti a una pluralità di usi e significati non esplicitamente previsti da chi li ha progettati. Come mettono in evidenza gli studi di Michel De Certeau (2001, orig. 1980), la nozione di bricolage può essere impiegata per descrivere la riappropriazione dei significati culturali di comportamenti, spazi e beni di consumo, rendendo i consumatori dei soggetti attivi con la capacità di improvvisare, riappropriare, riciclare e ricreare (Gabriel e Lang 1995, Campbell, 2005). Come illustrano Rickman e Solomon (2007), la sottocultura o neo-tribù (Bennet, 1999) Emo può essere definita come una “cyber-mediated anomic micro culture” (p. 418), ossia una micro cultura fondata su un condiviso senso di anomia (Durkheim, 1971) e una forte propensione a comunicare la propria condizione esistenziale attraverso la costruzione di comunità online e offline. Al pari di altre subculture giovanili – come ad esempio quella gotica, punk o cyberpunk – queste comunità si strutturano attorno alla condivisione di un gusto (Bourdieu, 1983) comune che trae origine dall’ambito musicale per poi estendersi all’ambito estetico, comportamentale e valoriale. Al fine di interpretare la rete di significati sottesa a quell’amalgama ambigua di segni (Overell, 2010) che compongono lo stile Emo, è stato condotto uno studio netnografico (Kozinets 2002, 2006). L’approccio netnografico, infatti, consente, dopo aver identificato i blog e forum appropriati (entrée), l’osservazione diretta dei post testuali (data collection) e l’analisi qualitativa del contenuto (trustworthy interpretation). In linea con la letteratura di riferimento (Anastasi, 2005; Overell, 2010; Rickman e Solomon, 2007), l’analisi qualitativa del contenuto dei testi, delle immagini, dei video, dei disegni e delle altre forme di fan art caratteristiche di questa micro cultura ha fatto emergere quattro aree semantico-valoriali fondamentali: l’estetizzazione della sofferenza interiore, il senso di alienazione e isolamento dal mainstream socioculturale, la ricerca di autenticità e il bisogno di connessione emotiva. Tali categorie interpretative hanno difatti consentito di ricostruire il sistema di significati alla base di pratiche come l’autoscatto, il video blogging e le altre forme di vetrinizzazione sociale (Codeluppi, 2007) o di self branding (Barile, 2008, Quart, 2003). Il materiale raccolto consente inoltre di interpretare le forme più o meno blande di autolesionismo, in grado di avvicinare gli Emo alle subculture Punk e Goth (Young et ali, 2006); la diffusione di disordini alimentari fra i soggetti di sesso maschile, che ricorrono di frequente sotto l’etichetta di emorexia (Ryalls, 2007); le manifestazioni di affetto in pubblico e le altre gestualità che mettono in discussione le prescrizioni di genere, in particolar modo per gli adolescenti maschi (Anastasi, 2005) decostruendo quello che Pollack (1998) ha definito come il “boy code”. Inoltre, attraverso l’analisi del contenuto è emersa la rete di significati sottesa all’ibridazione di simboli di amore e morte, come cuori spezzati, teschi o croci, alla riappropriazione della scrittura html e di altri simboli, delle merci e delle narrazioni appartenenti alla cultura (mediatica e di consumo) dominante. Infine, le aree valoriali relative all’estetizzazione della sofferenza interiore, al senso di alienazione e di isolamento dal mainstream socioculturale, alla ricerca di autenticità e al bisogno di connessione emotiva della sofferenza sono emerse anche dalla reinterpretazione dei testi delle canzoni Emo all’interno dei blog, dalle pratiche di body-writing, dall’uso alternativo/deviante di accessori e make up e dalla riappropriazione creativa di prodotti editoriali di culto come Twilight o gli shojo manga giapponesi.

Le pratiche di riappropriazione creativa nella costruzione dell'identità Emo: un'analisi netnografica, 2012.

Le pratiche di riappropriazione creativa nella costruzione dell'identità Emo: un'analisi netnografica

Mortara, Ariela
2012

Abstract

L’obiettivo del presente lavoro è quello di analizzare il ruolo della riappropriazione creativa di merci, simboli, ed altre manifestazioni della cultura materiale dominante nel processo di costruzione dell’identità Emo (cfr. Anastasi, 2005; Bennett, 1999; Overell, 2010; Rickman e Solomon, 2007). Nata come movimento post-punk alla fine degli anni Ottanta, la subcultura Emo si caratterizza per un approccio do-it-yourself (DYT) alla produzione (Horton 2009), che si manifesta in una serie di pratiche, rituali, gestualità, linguaggi e forme estetiche dove diviene centrale quello che nella letteratura dei Cultural Studies (Hebdige, 1979) ricorre sotto l’etichetta di bricolage. Originariamente sviluppato da Claude Lèvi-Strauss (1966), il bricolage si riferisce alle modalità con cui i beni di consumo possono essere soggetti a una pluralità di usi e significati non esplicitamente previsti da chi li ha progettati. Come mettono in evidenza gli studi di Michel De Certeau (2001, orig. 1980), la nozione di bricolage può essere impiegata per descrivere la riappropriazione dei significati culturali di comportamenti, spazi e beni di consumo, rendendo i consumatori dei soggetti attivi con la capacità di improvvisare, riappropriare, riciclare e ricreare (Gabriel e Lang 1995, Campbell, 2005). Come illustrano Rickman e Solomon (2007), la sottocultura o neo-tribù (Bennet, 1999) Emo può essere definita come una “cyber-mediated anomic micro culture” (p. 418), ossia una micro cultura fondata su un condiviso senso di anomia (Durkheim, 1971) e una forte propensione a comunicare la propria condizione esistenziale attraverso la costruzione di comunità online e offline. Al pari di altre subculture giovanili – come ad esempio quella gotica, punk o cyberpunk – queste comunità si strutturano attorno alla condivisione di un gusto (Bourdieu, 1983) comune che trae origine dall’ambito musicale per poi estendersi all’ambito estetico, comportamentale e valoriale. Al fine di interpretare la rete di significati sottesa a quell’amalgama ambigua di segni (Overell, 2010) che compongono lo stile Emo, è stato condotto uno studio netnografico (Kozinets 2002, 2006). L’approccio netnografico, infatti, consente, dopo aver identificato i blog e forum appropriati (entrée), l’osservazione diretta dei post testuali (data collection) e l’analisi qualitativa del contenuto (trustworthy interpretation). In linea con la letteratura di riferimento (Anastasi, 2005; Overell, 2010; Rickman e Solomon, 2007), l’analisi qualitativa del contenuto dei testi, delle immagini, dei video, dei disegni e delle altre forme di fan art caratteristiche di questa micro cultura ha fatto emergere quattro aree semantico-valoriali fondamentali: l’estetizzazione della sofferenza interiore, il senso di alienazione e isolamento dal mainstream socioculturale, la ricerca di autenticità e il bisogno di connessione emotiva. Tali categorie interpretative hanno difatti consentito di ricostruire il sistema di significati alla base di pratiche come l’autoscatto, il video blogging e le altre forme di vetrinizzazione sociale (Codeluppi, 2007) o di self branding (Barile, 2008, Quart, 2003). Il materiale raccolto consente inoltre di interpretare le forme più o meno blande di autolesionismo, in grado di avvicinare gli Emo alle subculture Punk e Goth (Young et ali, 2006); la diffusione di disordini alimentari fra i soggetti di sesso maschile, che ricorrono di frequente sotto l’etichetta di emorexia (Ryalls, 2007); le manifestazioni di affetto in pubblico e le altre gestualità che mettono in discussione le prescrizioni di genere, in particolar modo per gli adolescenti maschi (Anastasi, 2005) decostruendo quello che Pollack (1998) ha definito come il “boy code”. Inoltre, attraverso l’analisi del contenuto è emersa la rete di significati sottesa all’ibridazione di simboli di amore e morte, come cuori spezzati, teschi o croci, alla riappropriazione della scrittura html e di altri simboli, delle merci e delle narrazioni appartenenti alla cultura (mediatica e di consumo) dominante. Infine, le aree valoriali relative all’estetizzazione della sofferenza interiore, al senso di alienazione e di isolamento dal mainstream socioculturale, alla ricerca di autenticità e al bisogno di connessione emotiva della sofferenza sono emerse anche dalla reinterpretazione dei testi delle canzoni Emo all’interno dei blog, dalle pratiche di body-writing, dall’uso alternativo/deviante di accessori e make up e dalla riappropriazione creativa di prodotti editoriali di culto come Twilight o gli shojo manga giapponesi.
Italiano
F. Angeli
43
162
177
16
Italy
nazionale
esperti anonimi
A stampa
Settore SPS/09 - Sociologia Dei Processi Economici E Del Lavoro
2
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10808/6747
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