The work of Diamanda Galás (San Diego, 1955) constitutes a first historical case of total synthesis in vocal art, since it implies a compositional-performative competence that includes all styles of singing, learned and popular, and all existing phonatory techniques, even extreme and anomalous. According to a political conception of art, this technical-stylistic versatility is put at the service of the expression of trauma, of the evil inflicted and suffered by humanity. To this end, the voice gives a sound form both to the identity of the offender and to the identity of the victim, so that the unity of the vocal action represents the intrinsic moral ambivalence of man. Galás’s use of the voice demonstrates that the traumatic vocal material is not expressively neutralizable, reducible to an element of a purely formal combination. Galás’s work therefore serves as a paradigm for a general reflection on the aesthetics of trauma, where the function of antiphrasis is revealed to be structural: for the purposes of aesthetic transcendence, art cannot do without trauma.

L’opera di Diamanda Galás (San Diego, 1955) costituisce un primo caso storico di sintesi totale nell’arte vocale, poiché implica una competenza compositivo-performativa che include tutti gli stili di canto, dotto e popolare, e tutte le tecniche fonatorie esistenti, anche estreme e anomale. Secondo una concezione politica dell’arte, tale versatilità tecnico-stilistica è messa al servizio dell’espressione del trauma, del male inflitto e subìto dall’umanità. A tal fine la voce dà forma sonora sia all’identità del carnefice sia all’identità della vittima, cosicché l’unità dell’azione vocale rappresenta l’intrinseca ambivalenza morale dell’uomo. L’uso galásiano della voce dimostra che il materiale vocale traumatico non è espressivamente neutralizzabile, riducibile a elemento di una combinatoria puramente formale. L’opera di Galás funge dunque da paradigma per una riflessione generale sull’estetica del trauma, dove si rivela strutturale la funzione dell’antifrasi: ai fini della trascendenza estetica, l’arte non può fare a meno del trauma.

Cantare il trauma: la voce franta diffratta universale di Diamanda Galás, 2022.

Cantare il trauma: la voce franta diffratta universale di Diamanda Galás

Lombardi Vallauri, Stefano
2022

Abstract

L’opera di Diamanda Galás (San Diego, 1955) costituisce un primo caso storico di sintesi totale nell’arte vocale, poiché implica una competenza compositivo-performativa che include tutti gli stili di canto, dotto e popolare, e tutte le tecniche fonatorie esistenti, anche estreme e anomale. Secondo una concezione politica dell’arte, tale versatilità tecnico-stilistica è messa al servizio dell’espressione del trauma, del male inflitto e subìto dall’umanità. A tal fine la voce dà forma sonora sia all’identità del carnefice sia all’identità della vittima, cosicché l’unità dell’azione vocale rappresenta l’intrinseca ambivalenza morale dell’uomo. L’uso galásiano della voce dimostra che il materiale vocale traumatico non è espressivamente neutralizzabile, riducibile a elemento di una combinatoria puramente formale. L’opera di Galás funge dunque da paradigma per una riflessione generale sull’estetica del trauma, dove si rivela strutturale la funzione dell’antifrasi: ai fini della trascendenza estetica, l’arte non può fare a meno del trauma.
Italiano
https://riviste.unimi.it/index.php/AMonline/article/view/17806/15619
Università degli studi di Milano
2022: Numero speciale: Estetiche del trauma
49
64
16
Italy
internazionale
esperti anonimi
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Settore L-ART/07 - Musicologia e Storia della Musica
1
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