Quali fattori sono rilevanti per la costituzione di un agente? Che cosa conferisce all’agente quell’unità di azione, intenzione ed esperienza che caratterizza l’agente umano – inevitabilmente preso a modello di riferimento? Più semplicemente, che cosa è un agente? Come si passa da un insieme di strutture materiali, con determinate proprietà fisiche, a un insieme articolato di parti che cooperano tra di loro e che ha senso chiamare «agente» nello stesso senso del termine utilizzato per riferirsi a un agente umano? Si tratta di domande che attraversano ortogonalmente una serie di discipline che – a volte forzatamente – hanno dovuto affrontare il problema della natura della mente. Infatti, in molti casi, un’agente è un sistema dotato di unità e capace di sensazione, azione e intenzione. Tali termini sono qui usati secondo un’accezione neutra. Anche un robot potrebbe essere avere queste caratteristiche, anzi, allo stato attuale non c’è motivo di escludere questa possibilità (Buttazzo e Manzotti 2008; Koch e Tononi 2008; O’Regan 2012). Oggi, una via promettente – filo rosso di questo numero speciale – è costituita dall’analisi dell’«autoconsapevolezza agentiva» perché è una prospettiva che consente di considerare aspetti teorici ed empirici (Bayne e Pacherie 2007; Ellis e Newton 2005; Gallagher e Jeannerod 2002; Haggard e Cole 2007; Synofzik, Vosgerau e Newen 2008). È una linea di ricerca parallela ma congiunta rispetto alla tradizionale ricerca di modelli biologici per la mente cosciente che spesso si concentra soprat- tutto sull’ambito percettivo (Baars e Ave 1997; Manzotti 2006; Tononi 2004; Zeki 2001). Nell’indagine sull’autoconsapevolezza agentiva, la centralità dell’azione permette di passare in secondo piano il tradizionale hard problem legato alla qualità dell’esperienza fenomenica (Chalmers 1996). Come accenneremo nella prima parte di questo articolo, però, tale approccio non è esente da debolezze concettuali e teoriche. In questo articolo, diviso in tre parti, affronteremo inizialmente quelle che, a nostro avviso, sono le principali difficoltà di carattere concettuale che ancora non hanno trovato un’adeguata trattazione, poi procederemo a delineare l’orizzonte di un possibile quadro di riferimento teorico a cavallo di robotica bioinspirata e filosofia della mente, infine daremo una breve descrizione di un’architettura robotica che implementa i principi descritti.

Verso una naturalizzazione della «consapevolezza agentiva »: problemi teorici e possibile modello robotico, 2014.

Verso una naturalizzazione della «consapevolezza agentiva »: problemi teorici e possibile modello robotico

Manzotti, Riccardo;
2014

Abstract

Quali fattori sono rilevanti per la costituzione di un agente? Che cosa conferisce all’agente quell’unità di azione, intenzione ed esperienza che caratterizza l’agente umano – inevitabilmente preso a modello di riferimento? Più semplicemente, che cosa è un agente? Come si passa da un insieme di strutture materiali, con determinate proprietà fisiche, a un insieme articolato di parti che cooperano tra di loro e che ha senso chiamare «agente» nello stesso senso del termine utilizzato per riferirsi a un agente umano? Si tratta di domande che attraversano ortogonalmente una serie di discipline che – a volte forzatamente – hanno dovuto affrontare il problema della natura della mente. Infatti, in molti casi, un’agente è un sistema dotato di unità e capace di sensazione, azione e intenzione. Tali termini sono qui usati secondo un’accezione neutra. Anche un robot potrebbe essere avere queste caratteristiche, anzi, allo stato attuale non c’è motivo di escludere questa possibilità (Buttazzo e Manzotti 2008; Koch e Tononi 2008; O’Regan 2012). Oggi, una via promettente – filo rosso di questo numero speciale – è costituita dall’analisi dell’«autoconsapevolezza agentiva» perché è una prospettiva che consente di considerare aspetti teorici ed empirici (Bayne e Pacherie 2007; Ellis e Newton 2005; Gallagher e Jeannerod 2002; Haggard e Cole 2007; Synofzik, Vosgerau e Newen 2008). È una linea di ricerca parallela ma congiunta rispetto alla tradizionale ricerca di modelli biologici per la mente cosciente che spesso si concentra soprat- tutto sull’ambito percettivo (Baars e Ave 1997; Manzotti 2006; Tononi 2004; Zeki 2001). Nell’indagine sull’autoconsapevolezza agentiva, la centralità dell’azione permette di passare in secondo piano il tradizionale hard problem legato alla qualità dell’esperienza fenomenica (Chalmers 1996). Come accenneremo nella prima parte di questo articolo, però, tale approccio non è esente da debolezze concettuali e teoriche. In questo articolo, diviso in tre parti, affronteremo inizialmente quelle che, a nostro avviso, sono le principali difficoltà di carattere concettuale che ancora non hanno trovato un’adeguata trattazione, poi procederemo a delineare l’orizzonte di un possibile quadro di riferimento teorico a cavallo di robotica bioinspirata e filosofia della mente, infine daremo una breve descrizione di un’architettura robotica che implementa i principi descritti.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/10808/9744
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