Shakespeare sceneggia il finale di Romeo and Juliet in modo che Juliet non si svegli se non quando Romeo è già morto: "così l’orrendo - scrive De Sanctis - lo strazio è tenuto lontano dall’animo, che è preso da più dolce sentimento di dolore; e Giulietta si effonde in lamenti, si uccide non già sull’amante agonizzante, ma sul corpo di lui insensibile". Confutando le accuse mosse da Voltaire al teatro shakespeareano, De Sanctis dimostra che l’"orrore" che si sarebbe prodotto se Juliet avesse assistito all’agonia di Romeo viene evitato a vantaggio di un più opportuno "terrore", che "il tragico e il meraviglioso" vengono preservati dall’irruzione del "disgustoso" e dell’"incredibile" : il breve intervallo di tempo che separa le due morti, assecondando liberamente le prescrizioni aristoteliche, consente di suscitare nell’animo dello spettatore solo "il piacere (hedone) che si dà grazie all’imitazione (mimesis) da pietà (eleos) e paura (phobos)" , facendo in modo che "quel che muove pietà e paura si produca" per effetto della stessa "composizione dei fatti", piuttosto che non "per effetto della vista (opsis)". Gli adattamenti settecenteschi della tragedia (Garrick, Ducis, Mercier) contravvengono alla sceneggiatura shakespeariana e puntano tutto sul pathos della vista e dell'udito: Juliet si sveglia prima che Romeo muoia. Lo stesso accade nei primi adattamenti melodrammatici (Zingarelli, 1796; Vaccai, 1825; Bellini; 1830): i diversi librettisti (Foppa, Romani), seguendo la tradizione Garrick-Ducis, fanno in modo che Giulietta assista all’agonia di Romeo. Il fatto che la variante patetica, verbosa e a tinte forti del finale abbia la meglio sulla variante più concisa e delicata ci ricorda che nel terreno del melodramma la considerazione dei risvolti estetici e logici delle scelte drammaturgiche non può essere mai separata dalla stima dei condizionamenti imposti dal codice musicale e delle pressioni esercitate dalle convenienze teatrali. Quando un librettista alle prese con la storia di Giulietta e Romeo opta per il finale lungo, sa che in questo modo potrà assicurare al compositore la presenza di almeno tre numeri musicali: un assolo di Romeo disperato per la morte di Giulietta, un duetto dei due amanti felici di essersi ritrovati e poi subito afflitti dall’imminenza della morte di lui, un assolo di Giulietta disperata per la morte di Romeo, ai quali può essere aggiunto facilmente un quarto numero, conclusivo e a più voci, dove far intervenire, stupiti o pentiti, gli aiutanti e gli oppositori dei protagonisti.

Il sorriso degli angeli: Romeo and Juliet all’opera (Vaccai, Bellini), 2007.

Il sorriso degli angeli: Romeo and Juliet all’opera (Vaccai, Bellini)

Vittorini, Fabio
2007

Abstract

Shakespeare sceneggia il finale di Romeo and Juliet in modo che Juliet non si svegli se non quando Romeo è già morto: "così l’orrendo - scrive De Sanctis - lo strazio è tenuto lontano dall’animo, che è preso da più dolce sentimento di dolore; e Giulietta si effonde in lamenti, si uccide non già sull’amante agonizzante, ma sul corpo di lui insensibile". Confutando le accuse mosse da Voltaire al teatro shakespeareano, De Sanctis dimostra che l’"orrore" che si sarebbe prodotto se Juliet avesse assistito all’agonia di Romeo viene evitato a vantaggio di un più opportuno "terrore", che "il tragico e il meraviglioso" vengono preservati dall’irruzione del "disgustoso" e dell’"incredibile" : il breve intervallo di tempo che separa le due morti, assecondando liberamente le prescrizioni aristoteliche, consente di suscitare nell’animo dello spettatore solo "il piacere (hedone) che si dà grazie all’imitazione (mimesis) da pietà (eleos) e paura (phobos)" , facendo in modo che "quel che muove pietà e paura si produca" per effetto della stessa "composizione dei fatti", piuttosto che non "per effetto della vista (opsis)". Gli adattamenti settecenteschi della tragedia (Garrick, Ducis, Mercier) contravvengono alla sceneggiatura shakespeariana e puntano tutto sul pathos della vista e dell'udito: Juliet si sveglia prima che Romeo muoia. Lo stesso accade nei primi adattamenti melodrammatici (Zingarelli, 1796; Vaccai, 1825; Bellini; 1830): i diversi librettisti (Foppa, Romani), seguendo la tradizione Garrick-Ducis, fanno in modo che Giulietta assista all’agonia di Romeo. Il fatto che la variante patetica, verbosa e a tinte forti del finale abbia la meglio sulla variante più concisa e delicata ci ricorda che nel terreno del melodramma la considerazione dei risvolti estetici e logici delle scelte drammaturgiche non può essere mai separata dalla stima dei condizionamenti imposti dal codice musicale e delle pressioni esercitate dalle convenienze teatrali. Quando un librettista alle prese con la storia di Giulietta e Romeo opta per il finale lungo, sa che in questo modo potrà assicurare al compositore la presenza di almeno tre numeri musicali: un assolo di Romeo disperato per la morte di Giulietta, un duetto dei due amanti felici di essersi ritrovati e poi subito afflitti dall’imminenza della morte di lui, un assolo di Giulietta disperata per la morte di Romeo, ai quali può essere aggiunto facilmente un quarto numero, conclusivo e a più voci, dove far intervenire, stupiti o pentiti, gli aiutanti e gli oppositori dei protagonisti.
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Settore L-FIL-LET/14 - Critica Letteraria e Letterature Comparate
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