Il deserto australiano, il Bronx degli anni ’50, Chelsea Marina deserta: prima di configurarsi nel tempo, il punto di arrivo delle storie apocalittiche raccontate da Wim Wenders (Fino alla fine del mondo), Don DeLillo (Underworld) e James Ballard (Millennium People) è un punto nello spazio, teatro dell’origine e allo stesso tempo della fine dell’universo diegetico, luogo dove si conserva e deve essere cercata la memoria, ma anche luogo dove si proietta e deve essere inseguita la speranza. I nostri tre racconti alla rovescia (le tre storie sono costruite «a ritroso» e i rispettivi narratori si limitano a scoprire «le possibili premesse» di epiloghi già dati), riuniti in modo consapevolmente arbitrario in un piccolo «intertesto» – un campo proteiforme in cui ogni testo, attraversato da «citazioni inconsce o automatiche, date senza virgolette», ospita, in forme più o meno riconoscibili, i testi della cultura precedente e quelli della cultura circostante, presentandosi come un «nuovo tessuto di vecchie citazioni» –, sembrano non poter resistere alla tentazione di coniugare un’immaginazione apocalittica venata di millenarismo con una riflessione più o meno esplicita sul tema dell’immagine: il timore della «fine del mondo così come lo conosciamo», cantavano i REM , ovvero la paura dell’estinzione dell’umanità che lo popola e lo esperisce, è un riflesso delle ipertecnologie mortifere della società delle immagini (Wenders), arriva alla coscienza attraverso il potere ipnotico delle immagini (DeLillo), è alimentato mediante una strategia di distruzione dei luoghi deputati alla produzione e alla conservazione delle immagini (Ballard).

"In the end there were only images": appunti sulla narrativa apocalittica contamporanea, 2009-11.

"In the end there were only images": appunti sulla narrativa apocalittica contamporanea

Vittorini, Fabio
2009-11

Abstract

Il deserto australiano, il Bronx degli anni ’50, Chelsea Marina deserta: prima di configurarsi nel tempo, il punto di arrivo delle storie apocalittiche raccontate da Wim Wenders (Fino alla fine del mondo), Don DeLillo (Underworld) e James Ballard (Millennium People) è un punto nello spazio, teatro dell’origine e allo stesso tempo della fine dell’universo diegetico, luogo dove si conserva e deve essere cercata la memoria, ma anche luogo dove si proietta e deve essere inseguita la speranza. I nostri tre racconti alla rovescia (le tre storie sono costruite «a ritroso» e i rispettivi narratori si limitano a scoprire «le possibili premesse» di epiloghi già dati), riuniti in modo consapevolmente arbitrario in un piccolo «intertesto» – un campo proteiforme in cui ogni testo, attraversato da «citazioni inconsce o automatiche, date senza virgolette», ospita, in forme più o meno riconoscibili, i testi della cultura precedente e quelli della cultura circostante, presentandosi come un «nuovo tessuto di vecchie citazioni» –, sembrano non poter resistere alla tentazione di coniugare un’immaginazione apocalittica venata di millenarismo con una riflessione più o meno esplicita sul tema dell’immagine: il timore della «fine del mondo così come lo conosciamo», cantavano i REM , ovvero la paura dell’estinzione dell’umanità che lo popola e lo esperisce, è un riflesso delle ipertecnologie mortifere della società delle immagini (Wenders), arriva alla coscienza attraverso il potere ipnotico delle immagini (DeLillo), è alimentato mediante una strategia di distruzione dei luoghi deputati alla produzione e alla conservazione delle immagini (Ballard).
Italiano
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Italy
internazionale
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