Secondo Edoardo Sanguineti l’antologia è un genere “anfibio”, destinato per sua natura a oscillare “naturalmente tra il museo e il manifesto”: “ora, come attraverso ordinate sale, invita il visitatore che legge a percorrere la galleria delle sue pagine; ora invece, tendenziosa e provocante, propone una linea di ricerca, non soltanto critica, ma direttamente operativa, e in funzione di tale linea organizza il tutto”. Il travagliato processo di canonizzazione della neoavanguardia italiana può aiutarci a comprendere meglio la differenza tra i due atteggiamenti, tra il “museo” e il “manifesto”. Il Gruppo 63 ha infatti sfruttato lo strumento dell’antologia per affermare la propria presenza e la propria identità ben prima del famoso congresso di Palermo, ed ha continuato ad usarlo anche in seguito alla sua effettiva dissoluzione. Occorre quindi porre una particolare attenzione alle diverse fasi o momenti che scandiscono tale processo attraverso i vari volumi dedicati alla produzione teorica e creativa della cosiddetta “generazione di Nettuno”. Analizzando innanzitutto le dinamiche d’inclusione ed esclusione di appartenenti, simpatizzanti, semplici compagni di strada: dall’atteggiamento “annessionista” di Alfredo Giuliani e Nanni Balestrini (nella prima antologia pubblicata nel 1964, ad un solo anno dal memorabile congresso fondativo di Palermo), passando per una seconda fase più “selettiva” (si consideri il volume Gruppo 63. Critica e teoria, pubblicato nel 1976 a cura di Angelo Guglielmi e Renato Barilli), per arrivare al recente anniversario della nascita del Gruppo (celebrato nel 2003) e a quello che potremmo definire l’ultimo tentativo di sistematizzazione e di sintesi. Attraverso tale prospettiva diacronica emerge una vera e propria “politica della memoria”, in cui la scelta degli autori riflette e modifica progressivamente la fisionomia del Gruppo, la sua “coerenza” interna (sempre che sia possibile parlare di “coerenza”, in un movimento privo di riferimenti teorico-poetici condivisi e “in positivo”, ma piuttosto accomunato dai medesimi “rifiuti”), e persino la sua identità e la sua collocazione all’interno della storia letteraria nazionale ed internazionale. Interessante da questo punto di vista è la prefazione dell’antologia critica del 1976 in cui, quasi per esorcizzare il trauma di una prematura scomparsa, i curatori del volume interpretano l’azione dei giovani avanguardisti negli anni Sessanta come uno “straordinario banco di prova” di successivi sviluppi, quali ad esempio il postmoderno. La nuova avanguardia non si è però limitata a proiettarsi nel “futuro” e, se non vogliamo ignorare un altro fondamentale aspetto di tale travagliato processo, non possiamo ignorare la sua tendenza a costruirsi alberi genealogici alternativi rispetto a quelli allora dominanti per la storia letteraria ufficiale. Ancora una volta attraverso una serie di antologie sia concrete sia “ideali”. Il provocatorio invito ad una “gita a Chiasso” lanciato da Alberto Arbasino dalle colonne de Il Giorno nel 1963 è forse l’episodio più conosciuto a riguardo. Ma è innegabile che già negli anni precedenti alcuni appartenenti del Gruppo 63 scoprano o riscoprano antenati illustri, quasi a voler legittimare la loro produzione, o piuttosto illustrarne le ragioni profonde, ponendole come naturali sviluppi di tendenze già presenti da lungo tempo nella cultura nazionale ed europea.

«Quelle luci che da Napoli si vedono così male» L’immagine di Milano nella narrativa di Anna Maria Ortese e Raffaele La Capria, 2012.

«Quelle luci che da Napoli si vedono così male» L’immagine di Milano nella narrativa di Anna Maria Ortese e Raffaele La Capria

Chiurato, Andrea
2012-01-01

Abstract

Secondo Edoardo Sanguineti l’antologia è un genere “anfibio”, destinato per sua natura a oscillare “naturalmente tra il museo e il manifesto”: “ora, come attraverso ordinate sale, invita il visitatore che legge a percorrere la galleria delle sue pagine; ora invece, tendenziosa e provocante, propone una linea di ricerca, non soltanto critica, ma direttamente operativa, e in funzione di tale linea organizza il tutto”. Il travagliato processo di canonizzazione della neoavanguardia italiana può aiutarci a comprendere meglio la differenza tra i due atteggiamenti, tra il “museo” e il “manifesto”. Il Gruppo 63 ha infatti sfruttato lo strumento dell’antologia per affermare la propria presenza e la propria identità ben prima del famoso congresso di Palermo, ed ha continuato ad usarlo anche in seguito alla sua effettiva dissoluzione. Occorre quindi porre una particolare attenzione alle diverse fasi o momenti che scandiscono tale processo attraverso i vari volumi dedicati alla produzione teorica e creativa della cosiddetta “generazione di Nettuno”. Analizzando innanzitutto le dinamiche d’inclusione ed esclusione di appartenenti, simpatizzanti, semplici compagni di strada: dall’atteggiamento “annessionista” di Alfredo Giuliani e Nanni Balestrini (nella prima antologia pubblicata nel 1964, ad un solo anno dal memorabile congresso fondativo di Palermo), passando per una seconda fase più “selettiva” (si consideri il volume Gruppo 63. Critica e teoria, pubblicato nel 1976 a cura di Angelo Guglielmi e Renato Barilli), per arrivare al recente anniversario della nascita del Gruppo (celebrato nel 2003) e a quello che potremmo definire l’ultimo tentativo di sistematizzazione e di sintesi. Attraverso tale prospettiva diacronica emerge una vera e propria “politica della memoria”, in cui la scelta degli autori riflette e modifica progressivamente la fisionomia del Gruppo, la sua “coerenza” interna (sempre che sia possibile parlare di “coerenza”, in un movimento privo di riferimenti teorico-poetici condivisi e “in positivo”, ma piuttosto accomunato dai medesimi “rifiuti”), e persino la sua identità e la sua collocazione all’interno della storia letteraria nazionale ed internazionale. Interessante da questo punto di vista è la prefazione dell’antologia critica del 1976 in cui, quasi per esorcizzare il trauma di una prematura scomparsa, i curatori del volume interpretano l’azione dei giovani avanguardisti negli anni Sessanta come uno “straordinario banco di prova” di successivi sviluppi, quali ad esempio il postmoderno. La nuova avanguardia non si è però limitata a proiettarsi nel “futuro” e, se non vogliamo ignorare un altro fondamentale aspetto di tale travagliato processo, non possiamo ignorare la sua tendenza a costruirsi alberi genealogici alternativi rispetto a quelli allora dominanti per la storia letteraria ufficiale. Ancora una volta attraverso una serie di antologie sia concrete sia “ideali”. Il provocatorio invito ad una “gita a Chiasso” lanciato da Alberto Arbasino dalle colonne de Il Giorno nel 1963 è forse l’episodio più conosciuto a riguardo. Ma è innegabile che già negli anni precedenti alcuni appartenenti del Gruppo 63 scoprano o riscoprano antenati illustri, quasi a voler legittimare la loro produzione, o piuttosto illustrarne le ragioni profonde, ponendole come naturali sviluppi di tendenze già presenti da lungo tempo nella cultura nazionale ed europea.
Italiano
2012
La città e l'esperienza del moderno
Milano
2010
nazionale
contributo
La città e l'esperienza del moderno
455
462
8
978884673314-6
Italy
Pisa
comitato scientifico
A stampa
Settore L-FIL-LET/11 - Letteratura Italiana Contemporanea
1
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10808/7340
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