In un articolo pubblicato su «L’Italia» nell’autunno del 1946, intitolato L’appello, don Primo Mazzolari, chiedeva pubblicamente e direttamente a Pio XII, di alzare una voce pubblica in favore della pace. Questo è lo spunto di partenza per un saggio che prova a riflettere sul tema della pace e sull’origine di pulsioni e movimenti pacifisti, all’interno del cattolicesimo italiano nella stagione preconciliare. L’intervento si apre con una serie di premesse obbligatorie, finalizzate a identificare la specificità del pacifismo italiano, rispetto al quadro europeo e internazionale che evidenzia la necessità di ricostruire una periodizzazione matura dei porosi processi storici innescatisi nel corso del Novecento. Se la Peace History ha iniziato solo recentemente in Italia a colmare un ritardo storiografico, un elemento di resistenza viene naturalmente dalla frammentarietà di esperienze e iniziative (e di conseguenza degli archivi e delle fonti) e dalla difficoltà di individuare percorsi e cesure di lungo periodo. Riguardo agli elementi di specificità italiana, nell’evoluzione di un discorso pubblico sulla pace e nella genesi di un pacifismo organizzato trasversale, va sottolineata in primo luogo il peso derivante dalla forte e radicata presenza dell’associazionismo cattolico, unita alla marginalità dei movimenti protestanti. L’emancipazione di un pacifismo originale cattolico, cominciò a manifestarsi, in modo carsico e silenzioso, solo durante lo spartiacque decisivo della seconda guerra e nella fase genetica dell’impianto repubblicano. Per quanto rallentata e ostacolata dalle emergenti logiche della guerra fredda, dalla costruzione di un sistema politico-partitico fortemente invasivo degli spazi culturali e di mobilitazione, nonché dalla rigidità degli impianti dogmatico-istituzionali ecclesiali le barriere protettive del mondo cattolico hanno cominciato a manifestare una sorprendente porosità rispetto agli impulsi dei nuovi pacifismi organizzati. Per quanto incapaci di incidere in profondità su un immaginario collettivo fortemente condizionato dagli schemi della Cold War, si tratta di esperienze testimoniali e avanguardistiche sicuramente rilevanti. Diverso è naturalmente il discorso riguardo alle masse cattoliche, in una fase in cui l’unico vero grande movimento pacifista di massa attivo in Italia era quello dei Partigiani della pace: un’organizzazione politica dichiaratamente filo-sovietica e direttamente controllata dal Pci. Per una prima maturazione del pacifismo italiano bisogna quindi attendere le evoluzioni della stagione atomica, lungo le fasi cangianti della guerra fredda. Il saggio si concentra proprio sugli anni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale alla fine del decennio caldo della guerra fredda, gli anni Cinquanta, alle soglie della stagione conciliare, un’epoca che, non casualmente, corrisponde al periodo più originale, maturo e significativo del pacifismo mazzolariano. La ricerca tenta una periodizzazione interna che credo risponda a una serie di criteri di trasformazione rilevante nella costruzione dei processi identitari e nell’autorappresentazione e coscientizzazione di gruppi e movimenti, sia su un orizzonte nazionale, sia su uno scenario per forza di cose reso globale dalle logiche della Cold War. Si cercheranno di delineare quindi tre fasi cruciali di questa stagione preconciliare: Un primo periodo (1949-1953) corrisponde alla fase del monopolio del pacifismo politico da parte dei Partigiani della pace. Una seconda tappa, che si potrebbe definire «dei ripensamenti e delle sperimentazioni», rimanda al laboratorio del 1954-1955, quando il pubblico intervento del pontefice sul tema, con le aperture contenute nel messaggio natalizio del 1954, coincise con una fase di venuta allo scoperto dei progetti pacifisti cattolici. Fu questa la fase germinatrice, sensibile agli impulsi esterni (e alle Inquietudini della fede, in linea con il titolo del convegno), che registrò un salto di qualità dell’azione di diplomazia dal basso lapiriana, con la convocazione del Convegno dei sindaci delle città del mondo, cui va aggiunto l’approdo e italianizzazione di un movimento via via sempre meno spiritualista come Pax Christi, fino alla pubblicazione, nell’aprile del 1955, in forma ancora anonima, di un testo chiave per comprendere le evoluzioni del pacifismo cattolico: Tu non uccidere. La terza fase ideale, qui rapidamente affrontata, che va dal 1956 al 1963, riguarda quindi il processo di consolidamento di questo pacifismo nascente, cui contribuirono altri cattolici emergenti quali Balducci, Fabro, Milani, Turoldo. In questa fase, ai classici temi della mobilitazione pacifista cattolica emersi nel quinquennio precedente (l’atomica, il dialogo ecumenico, il disarmo), si aggiunse un crescente interesse per il tema dell’obiezione di coscienza (esploso pubblicamente solo dopo il caso Pinna) e una graduale sovrapposizione (dopo Bandung, Suez e Budapest) tra mobilitazione pacifista e temi terzomondisti. Il binomio pace-liberazione dalla fame, produsse la svolta mondialista di diversi attori, favorì i tentativi di costruzione di reti trasversali (la Consulta del 1960 e la prima Marcia Perugia Assisi del 1961) e riverberò nella produzione letteraria e pubblicistica e nel lavoro di riviste quali «Adesso», «Il gallo», «Testimonianze» e «Note di Cultura». Questa fase formativa, divise in tre tappe, pose dunque le basi per quella stagione della fioritura del pacifismo cattolico organizzato che avrebbe segnato gli anni compresi tra la Pacem in terris (11 aprile 1963) e la Populorum Progressio (26 marzo 1967). Anche se il tentativo dell’intervento e quello di ricostruire un quadro di fondo, ricorrendo a periodizzazioni e interpretazioni generali, a fronte anche della frammentarietà degli archivi e della disorganicità della Peace History italiana, si farà ricorso a una serie di documenti conservati in archivi personali, come quelli delle Fondazioni Mazzolari e La Pira, dell’Archivio di Pax Christi di Ivrea e delle carte Capitini conservate presso l’Archivio di Stato di Perugia. Proprio questo frammentario sedimentarsi di esperienze ha quindi articolato lo scenario del pacifismo ma non ha impedito la persistenza di due fenomeni di lungo periodo: da un lato il protrarsi di una logica da guerra fredda, sopravvissuta anche alla fine del bipolarismo, ad alimentare schematizzazioni che hanno ostacolato un serio confronto tra movimenti pacifisti e società nel suo complesso. Dall’altro è stato ribadito il ruolo cruciale dei cattolici, chiamati a una presa di posizione. Sotto quest’aspetto il quadro del pacifismo cattolico è apparso nel tempo assai articolato, lungo il complesso dispiegarsi della relazione tra associazionismo, episcopato e S. Sede. Tra fasi di sintonia e momenti di rottura, pur in maniera disomogenea, diversi esponenti del cattolicesimo sociale si sono mossi ben oltre i paletti imposti dal Patto atlantico e dal filtro politico democristiano ma senza dar vita a movimenti di massa. Le esperienze di La Pira, di Mazzolari, Balducci, Milani e Turoldo, della sezione italiana di Pax Christi, sono dunque le punte di una movimentismo pluriculturale articolato ma, forse, se studiato a fondo e in maniera comparata, meno frammentario e provinciale di quanto possa apparire a prima vista.

Il problema della pace. Mazzolari e la difficile genesi di un pacifismo cattolico (1946-1953), 2012.

Il problema della pace. Mazzolari e la difficile genesi di un pacifismo cattolico (1946-1953)

De Giuseppe, Massimo
2012

Abstract

In un articolo pubblicato su «L’Italia» nell’autunno del 1946, intitolato L’appello, don Primo Mazzolari, chiedeva pubblicamente e direttamente a Pio XII, di alzare una voce pubblica in favore della pace. Questo è lo spunto di partenza per un saggio che prova a riflettere sul tema della pace e sull’origine di pulsioni e movimenti pacifisti, all’interno del cattolicesimo italiano nella stagione preconciliare. L’intervento si apre con una serie di premesse obbligatorie, finalizzate a identificare la specificità del pacifismo italiano, rispetto al quadro europeo e internazionale che evidenzia la necessità di ricostruire una periodizzazione matura dei porosi processi storici innescatisi nel corso del Novecento. Se la Peace History ha iniziato solo recentemente in Italia a colmare un ritardo storiografico, un elemento di resistenza viene naturalmente dalla frammentarietà di esperienze e iniziative (e di conseguenza degli archivi e delle fonti) e dalla difficoltà di individuare percorsi e cesure di lungo periodo. Riguardo agli elementi di specificità italiana, nell’evoluzione di un discorso pubblico sulla pace e nella genesi di un pacifismo organizzato trasversale, va sottolineata in primo luogo il peso derivante dalla forte e radicata presenza dell’associazionismo cattolico, unita alla marginalità dei movimenti protestanti. L’emancipazione di un pacifismo originale cattolico, cominciò a manifestarsi, in modo carsico e silenzioso, solo durante lo spartiacque decisivo della seconda guerra e nella fase genetica dell’impianto repubblicano. Per quanto rallentata e ostacolata dalle emergenti logiche della guerra fredda, dalla costruzione di un sistema politico-partitico fortemente invasivo degli spazi culturali e di mobilitazione, nonché dalla rigidità degli impianti dogmatico-istituzionali ecclesiali le barriere protettive del mondo cattolico hanno cominciato a manifestare una sorprendente porosità rispetto agli impulsi dei nuovi pacifismi organizzati. Per quanto incapaci di incidere in profondità su un immaginario collettivo fortemente condizionato dagli schemi della Cold War, si tratta di esperienze testimoniali e avanguardistiche sicuramente rilevanti. Diverso è naturalmente il discorso riguardo alle masse cattoliche, in una fase in cui l’unico vero grande movimento pacifista di massa attivo in Italia era quello dei Partigiani della pace: un’organizzazione politica dichiaratamente filo-sovietica e direttamente controllata dal Pci. Per una prima maturazione del pacifismo italiano bisogna quindi attendere le evoluzioni della stagione atomica, lungo le fasi cangianti della guerra fredda. Il saggio si concentra proprio sugli anni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale alla fine del decennio caldo della guerra fredda, gli anni Cinquanta, alle soglie della stagione conciliare, un’epoca che, non casualmente, corrisponde al periodo più originale, maturo e significativo del pacifismo mazzolariano. La ricerca tenta una periodizzazione interna che credo risponda a una serie di criteri di trasformazione rilevante nella costruzione dei processi identitari e nell’autorappresentazione e coscientizzazione di gruppi e movimenti, sia su un orizzonte nazionale, sia su uno scenario per forza di cose reso globale dalle logiche della Cold War. Si cercheranno di delineare quindi tre fasi cruciali di questa stagione preconciliare: Un primo periodo (1949-1953) corrisponde alla fase del monopolio del pacifismo politico da parte dei Partigiani della pace. Una seconda tappa, che si potrebbe definire «dei ripensamenti e delle sperimentazioni», rimanda al laboratorio del 1954-1955, quando il pubblico intervento del pontefice sul tema, con le aperture contenute nel messaggio natalizio del 1954, coincise con una fase di venuta allo scoperto dei progetti pacifisti cattolici. Fu questa la fase germinatrice, sensibile agli impulsi esterni (e alle Inquietudini della fede, in linea con il titolo del convegno), che registrò un salto di qualità dell’azione di diplomazia dal basso lapiriana, con la convocazione del Convegno dei sindaci delle città del mondo, cui va aggiunto l’approdo e italianizzazione di un movimento via via sempre meno spiritualista come Pax Christi, fino alla pubblicazione, nell’aprile del 1955, in forma ancora anonima, di un testo chiave per comprendere le evoluzioni del pacifismo cattolico: Tu non uccidere. La terza fase ideale, qui rapidamente affrontata, che va dal 1956 al 1963, riguarda quindi il processo di consolidamento di questo pacifismo nascente, cui contribuirono altri cattolici emergenti quali Balducci, Fabro, Milani, Turoldo. In questa fase, ai classici temi della mobilitazione pacifista cattolica emersi nel quinquennio precedente (l’atomica, il dialogo ecumenico, il disarmo), si aggiunse un crescente interesse per il tema dell’obiezione di coscienza (esploso pubblicamente solo dopo il caso Pinna) e una graduale sovrapposizione (dopo Bandung, Suez e Budapest) tra mobilitazione pacifista e temi terzomondisti. Il binomio pace-liberazione dalla fame, produsse la svolta mondialista di diversi attori, favorì i tentativi di costruzione di reti trasversali (la Consulta del 1960 e la prima Marcia Perugia Assisi del 1961) e riverberò nella produzione letteraria e pubblicistica e nel lavoro di riviste quali «Adesso», «Il gallo», «Testimonianze» e «Note di Cultura». Questa fase formativa, divise in tre tappe, pose dunque le basi per quella stagione della fioritura del pacifismo cattolico organizzato che avrebbe segnato gli anni compresi tra la Pacem in terris (11 aprile 1963) e la Populorum Progressio (26 marzo 1967). Anche se il tentativo dell’intervento e quello di ricostruire un quadro di fondo, ricorrendo a periodizzazioni e interpretazioni generali, a fronte anche della frammentarietà degli archivi e della disorganicità della Peace History italiana, si farà ricorso a una serie di documenti conservati in archivi personali, come quelli delle Fondazioni Mazzolari e La Pira, dell’Archivio di Pax Christi di Ivrea e delle carte Capitini conservate presso l’Archivio di Stato di Perugia. Proprio questo frammentario sedimentarsi di esperienze ha quindi articolato lo scenario del pacifismo ma non ha impedito la persistenza di due fenomeni di lungo periodo: da un lato il protrarsi di una logica da guerra fredda, sopravvissuta anche alla fine del bipolarismo, ad alimentare schematizzazioni che hanno ostacolato un serio confronto tra movimenti pacifisti e società nel suo complesso. Dall’altro è stato ribadito il ruolo cruciale dei cattolici, chiamati a una presa di posizione. Sotto quest’aspetto il quadro del pacifismo cattolico è apparso nel tempo assai articolato, lungo il complesso dispiegarsi della relazione tra associazionismo, episcopato e S. Sede. Tra fasi di sintonia e momenti di rottura, pur in maniera disomogenea, diversi esponenti del cattolicesimo sociale si sono mossi ben oltre i paletti imposti dal Patto atlantico e dal filtro politico democristiano ma senza dar vita a movimenti di massa. Le esperienze di La Pira, di Mazzolari, Balducci, Milani e Turoldo, della sezione italiana di Pax Christi, sono dunque le punte di una movimentismo pluriculturale articolato ma, forse, se studiato a fondo e in maniera comparata, meno frammentario e provinciale di quanto possa apparire a prima vista.
Italiano
Saresella Daniela; Vecchio Giorgio
129
168
40
978-88-372-2586-5
978-88-372-2586-5
Italy
BRESCIA -- ITA
comitato scientifico
nazionale
A stampa
Settore M-STO/04 - Storia Contemporanea
1
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10808/7225
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