Muovendo da un approccio che pensa il cinema come una mise-en-scène di corpi, la ricerca esplora lo statuto della voce filmata e i suoi usi nelle cosiddette “moving image-based art practice”. Che ruolo hanno la voce e l’ascolto nella “interazione complessa tra visualità, apparato, istituzioni, discorso, corpo e figuratività” (Cometa, 2008)? Una possibile risposta o linea di ricerca è stata individuata nella categoria di fonovisuale, utile a nominare il rapporto, simbolico e materiale, tra le pratiche dell’ascolto e quelle della visione. Infatti, se il visuale è inteso, con W.J.T. Mitchell, come “costruzione visiva del sociale” (e viceversa), il ricorso al suffisso ϕωνή reintegra e valorizza l’elemento aurale nella lettura dell’esperienza audiovisiva e delle sue occorrenze culturali. Particolare enfasi è stata posta sull’eccedenza e la mobilità della voce, oggetto privilegiato d’osservazione di cui sono state prese in considerazione le qualità materiali, linguistiche e performative. Figura del contatto, essa è insieme fonazione e relazione, misura del Sé ma anche dell’Altro, medium del linguaggio e sua messa in discussione, contemporaneamente dentro e fuori dalla parola e dal corpo. Nel corpo somatico, nel film come testo ed evento, nonché nello spazio dei media, sono stati individuati i diversi luoghi dove interrogare la voce e seguirne gli spostamenti, in tensione tra funzione mostrativa e narrativa. Dalle pratiche oratorio-mostrative del pre-cinema allo stile sonoro della transizione, sino ad arrivare al cinema moderno e contemporaneo, con significative incursioni negli approcci mediarcheologici allo studio della voce mediatizzata, nelle principali teorie femministe che hanno spostato l’attenzione dallo sguardo all’ascolto, e nelle estetiche queer proprie delle cinematografie che si collocano fuori dallo stile narrativo. I vari passaggi della voce mostrano un ampio spettro di usi che vanno dalla phoné semantiké e pongono la questione dell’accesso alla facoltà del dire, alle varie forme del pre-linguistico, del vocalico e dell’inarticolato che abilitano i processi di soggettivazione e (dis)identificazione. La prima parte della tesi affronta questioni di carattere storico-teorico e metodologico che, muovendo dal modello di analisi multi-dimensionale di R. Altman e dalla sua idea di cinema come performance-oriented medium e forma di ventriloquia, prende in considerazione i concetti di Vocal Turn e Auditory Turn, nonché l’idea di una sonicità intrinseca del medium visivo. La seconda parte, invece, presenta sette studi di caso che mostrano come la voce possa essere considerata una possibile deriva per il cinema (Chion, 1981) e questo come modello (aurale) per le pratiche artistiche che ricorrono all’immagine in movimento. I criteri che hanno orientato la selezione risiedono, inoltre, nell’idea della voce come gesto estetico e politico che mette in scena la questione dell’identità da un punto di vista intersezionale. In Geopolitiche della voce l’erranza della voce è al centro di una riflessione che assume la figura del confine, fisico e simbolico, come metafora euristica per l’analisi dei lavori di C. Akerman e L. Abu Hamdan. Farsi voce indaga l’idea di voce come eccesso e surplus di significato in continua oscillazione tra embodiment e disembodiment, attraverso due figure femminili – l’attrice Marilyn Monroe (P. Parreno) e l’interprete doppiatrice Lucie Dolène (P. Huyghe) – e una androgina – il personaggio di un manga giapponese Ann Lee (No Ghost Just a Shell). Infine, Vorrei la pelle nera esplora, con A. Jafa e M. Syms, come le culture non bianche prodotte dalle soggettività afro-discendenti abbiano trovato un campo speciale di agentività nella voce e nel regime dell’udibile – controparte dell’impasse oculocentrico dell’episteme occidentale.

La voce in transizione. Cinema, arte contemporanea e cultura (audio)visuale

PELLINO, ANNALISA
2022-07-11T00:00:00+02:00

Abstract

Muovendo da un approccio che pensa il cinema come una mise-en-scène di corpi, la ricerca esplora lo statuto della voce filmata e i suoi usi nelle cosiddette “moving image-based art practice”. Che ruolo hanno la voce e l’ascolto nella “interazione complessa tra visualità, apparato, istituzioni, discorso, corpo e figuratività” (Cometa, 2008)? Una possibile risposta o linea di ricerca è stata individuata nella categoria di fonovisuale, utile a nominare il rapporto, simbolico e materiale, tra le pratiche dell’ascolto e quelle della visione. Infatti, se il visuale è inteso, con W.J.T. Mitchell, come “costruzione visiva del sociale” (e viceversa), il ricorso al suffisso ϕωνή reintegra e valorizza l’elemento aurale nella lettura dell’esperienza audiovisiva e delle sue occorrenze culturali. Particolare enfasi è stata posta sull’eccedenza e la mobilità della voce, oggetto privilegiato d’osservazione di cui sono state prese in considerazione le qualità materiali, linguistiche e performative. Figura del contatto, essa è insieme fonazione e relazione, misura del Sé ma anche dell’Altro, medium del linguaggio e sua messa in discussione, contemporaneamente dentro e fuori dalla parola e dal corpo. Nel corpo somatico, nel film come testo ed evento, nonché nello spazio dei media, sono stati individuati i diversi luoghi dove interrogare la voce e seguirne gli spostamenti, in tensione tra funzione mostrativa e narrativa. Dalle pratiche oratorio-mostrative del pre-cinema allo stile sonoro della transizione, sino ad arrivare al cinema moderno e contemporaneo, con significative incursioni negli approcci mediarcheologici allo studio della voce mediatizzata, nelle principali teorie femministe che hanno spostato l’attenzione dallo sguardo all’ascolto, e nelle estetiche queer proprie delle cinematografie che si collocano fuori dallo stile narrativo. I vari passaggi della voce mostrano un ampio spettro di usi che vanno dalla phoné semantiké e pongono la questione dell’accesso alla facoltà del dire, alle varie forme del pre-linguistico, del vocalico e dell’inarticolato che abilitano i processi di soggettivazione e (dis)identificazione. La prima parte della tesi affronta questioni di carattere storico-teorico e metodologico che, muovendo dal modello di analisi multi-dimensionale di R. Altman e dalla sua idea di cinema come performance-oriented medium e forma di ventriloquia, prende in considerazione i concetti di Vocal Turn e Auditory Turn, nonché l’idea di una sonicità intrinseca del medium visivo. La seconda parte, invece, presenta sette studi di caso che mostrano come la voce possa essere considerata una possibile deriva per il cinema (Chion, 1981) e questo come modello (aurale) per le pratiche artistiche che ricorrono all’immagine in movimento. I criteri che hanno orientato la selezione risiedono, inoltre, nell’idea della voce come gesto estetico e politico che mette in scena la questione dell’identità da un punto di vista intersezionale. In Geopolitiche della voce l’erranza della voce è al centro di una riflessione che assume la figura del confine, fisico e simbolico, come metafora euristica per l’analisi dei lavori di C. Akerman e L. Abu Hamdan. Farsi voce indaga l’idea di voce come eccesso e surplus di significato in continua oscillazione tra embodiment e disembodiment, attraverso due figure femminili – l’attrice Marilyn Monroe (P. Parreno) e l’interprete doppiatrice Lucie Dolène (P. Huyghe) – e una androgina – il personaggio di un manga giapponese Ann Lee (No Ghost Just a Shell). Infine, Vorrei la pelle nera esplora, con A. Jafa e M. Syms, come le culture non bianche prodotte dalle soggettività afro-discendenti abbiano trovato un campo speciale di agentività nella voce e nel regime dell’udibile – controparte dell’impasse oculocentrico dell’episteme occidentale.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/10808/44907
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