«Per rappresentare l'Olocausto, bisogna creare un'opera d'arte», afferma Claude Lanzmann. Secondo il filosofo tedesco di origine ebraica Theodor Adorno, «dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile»: troppo grande è stato l’orrore della Shoah per poterlo dire con le parole dell’arte. In realtà questo tema ha interrogato gli artisti di tutte le confessioni e provenienze, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Vi è stato un momento storico in cui il tema dello sterminio degli ebrei d’Europa, per mano nazista e fascista, è divenuto avvenimento, materia storica e poi soggetto di molta produzione artistica. Questo momento corrisponde alla fine degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, in cui, dopo il processo ad Adolf Eichmann, i testimoni hanno cominciato a parlare, gli storici a ricercare e gli artisti a rappresentare. Nel corso dei decenni, il numero dei sopravvissuti alla Shoah si è ridotto sempre di più, arrivando nell’era della postmemoria, intesa come epoca dell’imminente scomparsa degli ultimi testimoni diretti dello sterminio nazista. A questo punto, il modo in cui l’evento Shoah viene trasmesso ha necessariamente bisogno di avere un carico rappresentativo e culturale che non si distacchi dalla storia, ma che, al contrario, ne amplifichi il significato. La mia domanda di partenza, nell’elaborazione della mia ricerca, è stata la seguente: si può rappresentare la Shoah? La prima parte del mio lavoro consiste in una vera e propria catalogazione di alcune forme d’arte attraverso cui la Shoah è stata rappresentata, cercando di privilegiare quel filone critico, che ha permesso di non banalizzare l’evento. Lo spettatore delle opere lascia il posto, nella seconda parte di questo elaborato, al visitatore. Quest’ultimo termine, considerato retaggio del museo tradizionale, definisce, in questo caso, la modalità di fruizione di chi frequenta musei specifici, come quelli della memoria. E anche se i musei sono cambiati nel corso dei secoli, al visitatore dei musei della memoria viene chiesto non solo di guardare, ma anche e soprattutto di fare esperienza di quel luogo e di fare tesoro della lezione storica che lì, e solo lì può apprendere. La museologia della Shoah, in tutte le sue declinazioni, costituisce il nucleo pulsante di questa ricerca, a cui si aggiungono i memoriali, i luoghi e i siti della memoria, nei quali è presente o è richiamata un’esperienza passata, un evento tragico, come la guerra, le stragi, gli eccidi. Il loro scopo però non è quello di rivolgersi al passato, anche se da questo attingono e di questo sono espressione, ma di guardare al futuro, per fornire ai visitatori e ai cittadini gli strumenti per i nuovi comportamenti da adottare. Sicuramente questi siti, musei e memoriali acquisiscono senso anche grazie alle pratiche che in essi si realizzano, dalle commemorazioni celebrative alle visite guidate. Infatti, le modalità di fruizione di questi luoghi particolari posso generare diverse tipologie di azioni e di visite: momenti istituzionali, visite pedagogiche, performances artistiche e così via. Nel vasto panorama memoriale sono stati scelti tre casi di studio specifici, principalmente per due motivi: ricoprono il vasto spettro argomentativo e sono stati analizzati direttamente da me, attraverso l’efficace lente di ingrandimento della ricerca sul campo. La scelta è ricaduta sul Museo Storico della Shoah di Yad Vashem, uno dei più importanti al mondo, un museo ebraico di recente realizzazione, il Polin di Varsavia, e un memoriale della Shoah, quello di Milano, una complessa opera a metà tra l’architettura e la museografia.

PER UNA RAPPRESENTAZIONE CRITICA DELLA SHOAH: QUALE MEMORIA È ANCORA POSSIBILE

Campagna, Eirene
2021-07-21T00:00:00+02:00

Abstract

«Per rappresentare l'Olocausto, bisogna creare un'opera d'arte», afferma Claude Lanzmann. Secondo il filosofo tedesco di origine ebraica Theodor Adorno, «dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile»: troppo grande è stato l’orrore della Shoah per poterlo dire con le parole dell’arte. In realtà questo tema ha interrogato gli artisti di tutte le confessioni e provenienze, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Vi è stato un momento storico in cui il tema dello sterminio degli ebrei d’Europa, per mano nazista e fascista, è divenuto avvenimento, materia storica e poi soggetto di molta produzione artistica. Questo momento corrisponde alla fine degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, in cui, dopo il processo ad Adolf Eichmann, i testimoni hanno cominciato a parlare, gli storici a ricercare e gli artisti a rappresentare. Nel corso dei decenni, il numero dei sopravvissuti alla Shoah si è ridotto sempre di più, arrivando nell’era della postmemoria, intesa come epoca dell’imminente scomparsa degli ultimi testimoni diretti dello sterminio nazista. A questo punto, il modo in cui l’evento Shoah viene trasmesso ha necessariamente bisogno di avere un carico rappresentativo e culturale che non si distacchi dalla storia, ma che, al contrario, ne amplifichi il significato. La mia domanda di partenza, nell’elaborazione della mia ricerca, è stata la seguente: si può rappresentare la Shoah? La prima parte del mio lavoro consiste in una vera e propria catalogazione di alcune forme d’arte attraverso cui la Shoah è stata rappresentata, cercando di privilegiare quel filone critico, che ha permesso di non banalizzare l’evento. Lo spettatore delle opere lascia il posto, nella seconda parte di questo elaborato, al visitatore. Quest’ultimo termine, considerato retaggio del museo tradizionale, definisce, in questo caso, la modalità di fruizione di chi frequenta musei specifici, come quelli della memoria. E anche se i musei sono cambiati nel corso dei secoli, al visitatore dei musei della memoria viene chiesto non solo di guardare, ma anche e soprattutto di fare esperienza di quel luogo e di fare tesoro della lezione storica che lì, e solo lì può apprendere. La museologia della Shoah, in tutte le sue declinazioni, costituisce il nucleo pulsante di questa ricerca, a cui si aggiungono i memoriali, i luoghi e i siti della memoria, nei quali è presente o è richiamata un’esperienza passata, un evento tragico, come la guerra, le stragi, gli eccidi. Il loro scopo però non è quello di rivolgersi al passato, anche se da questo attingono e di questo sono espressione, ma di guardare al futuro, per fornire ai visitatori e ai cittadini gli strumenti per i nuovi comportamenti da adottare. Sicuramente questi siti, musei e memoriali acquisiscono senso anche grazie alle pratiche che in essi si realizzano, dalle commemorazioni celebrative alle visite guidate. Infatti, le modalità di fruizione di questi luoghi particolari posso generare diverse tipologie di azioni e di visite: momenti istituzionali, visite pedagogiche, performances artistiche e così via. Nel vasto panorama memoriale sono stati scelti tre casi di studio specifici, principalmente per due motivi: ricoprono il vasto spettro argomentativo e sono stati analizzati direttamente da me, attraverso l’efficace lente di ingrandimento della ricerca sul campo. La scelta è ricaduta sul Museo Storico della Shoah di Yad Vashem, uno dei più importanti al mondo, un museo ebraico di recente realizzazione, il Polin di Varsavia, e un memoriale della Shoah, quello di Milano, una complessa opera a metà tra l’architettura e la museografia.
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Descrizione: PER UNA RAPPRESENTAZIONE CRITICA DELLA SHOAH: QUALE MEMORIA È ANCORA POSSIBILE
Tipologia: Tesi di dottorato
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/10808/39909
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